Friday, 3 February 2012

Django Django - Rough Trade East - 01.02.12

Clap your hand, your coconuts and say... Django Django! 

First of all: Django Django has nothing to do with Django Reinhardt, the virtuoso gypsy jazz guitarist and composer, along with Stéphane Grappelli invented an entirely new style of jazz with the “Quintette du Hot Club de France”. 

It’s a Wednesday night particularly cold and the band "Django Django" is on stage in a famous record store. I’ve heard this band the same day, and one post with a word for FREE is enough. I check the video, send a couple of emails to my friends and it’s done. I'm queuing up for a sold-out gig, to see the debut album launch and instore show. I’m discouraged by the security guy at the door, and without a ticket or the unfindable (and famous) wristband waiting for more than 45 minutes. I know it's worth it, and this mass that is queuing with me outside is not crazy as I am not. 

These adventurous and psychedelically guys are at their first showcase at the Rough Trade East - Brick Lane in London, their debut album and has been released the 30 of January 2012. Produced by David MacLean under “Because” label, the London-based band plays psych pop and indie and is definitely one of the best rootsy acoustic and beaming music I have heard in years. 

The foursome guys who meet at “Edinburgh College Of Art” in 2009, took time expanding upon this blueprint, trying to find out how far it can be pushed. In a particularly mix of odd instruments with numerous synths, samplers, tribal drums, electro-whooshes, cowboy whistles and maracas, a range of tambourines, multiple other percussion, the standard guitar, drums and bass setup and also the added benefit of four voices able to sing and whistle in harmony! Simplicity and successful perfection. 

The drummer and band mastermind David Maclean with Vincent Neff (lead singer), Jimmy Dixon and Tommy Grace are constantly swapping instruments mid song. But the time is quick, only about 40 minutes of music. They play “Introduction” and then the Single “Waveforms”, “Love’s Dart”, “Zumm zumm” the magic “Wor”, “Firewater” and finally “Default” [that seems a cover of Franz Ferdinand, but is not]. Electro, indie, funk, world, dance, rockabilly and even an oriental sound like the beautiful “Skies over Cairo”. irresistible chorus inspired the entire work and they are hypnotizing me and all the audience. 
Like a psychedelic desert sunrise I Got to get to know (this amazing album)... to have a good time. 
Antonello Furione 


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Friday, 16 December 2011

Giacomo Lariccia - Colpo di Sole

“Sant’Eccehomo è nu gran santu.... è lu mejo di tutti li santi / Ce l’abbiamo solo noi!..... Sant’Eccehomo prega per noi.” 

Gli artisti che lasciano il proprio paese hanno forse una maggior lucidità per ascoltare il mondo, più coraggio per esporsi e tolti i filtri nazionali sono liberi. Questo il caso di Giacomo Lariccia che pubblica il suo nuovo disco auto prodotto “Colpo di Sole”: un album fresco, semplice, a tratti doloroso, quasi drammatico (vedi “Roma Occupata”) ma anche accompagnato da brani pieni di speranza, ritmi danzanti a cavallo della migliore tradizione popolare. Il lavoro è stato interamente auto finanziato da Giacomo e dalle cento persone amiche che hanno creduto in questa “avventura in musica”. 

Poco più che trentenne, Lariccia, chitarrista jazz dopo una Laurea a Roma, si trsferisce in Belgio, studia al Conservatorio Reale di Bruxelles e decide di rimanere a vivere all’estero. Si è spesso costretti ad espatriare, ci sono mille motivi in questo modo, pensando sempre al paese d'origine, si scrivono canzoni un po’ malinconiche, canzoni di disagio, nel non riconoscersi nell’Italia di oggi, si raccontano storie passate, di amori, di lotte sociali, storie di guerre, di difficoltà, di passioni, storie di viaggi e di riflessioni.

Giacomo Lariccia, ricorda il passato e canta con passione e con rabbia, la sua ricerca di un paese migliore. Il brano “Povera Italia” insieme a “Nella vasca degli squali” così diventano quasi un inno, un po’ come lo era stato il pezzo di Alessandro Mannarino “Svegliatevi Italiani” qui si canta: “Cambio paese, cambio continente, cerco di nascondermi tra la gente, ma è la mia gente che non riconosco....”. 

Per concludere, la breve canzone "Come Vorrei" (compresa solo come bonus track) ripresa e tradotta da “Song For The Asking” di Paul Simon è uno dei punti più intensi e toccanti dell’intero album “...Come vorrei per te, come vorrei lo sai, cambiare almeno un po’ se lo chiedi, chiedimi e suonerò l’amore che provo per te...”. Spesso il suono della sua chitarra è trascinante fino a non riuscire a seguire il testo, ma le sensazioni che la parola e la voce di Lariccia danno in questo confronto sono assolutamwnte valide e, forse proprio perché viene cantata in italiano, più commoventi. 

Con uno spirito critico Lariccia si guarda intorno, racconta un mondo reale, anche se ormai vive lontano dalla Povera Italia, nonostante “Nella vasca degli squali, io non voglio nuotare piu’..." ci si aspetterebbe forse solo, qualche traccia in più con soluzioni radicali e meno sognanti, anche solo pensando, prima o poi, di incamminarsi sulla strada di casa. Un disco per avventurieri. 
Antonello Furione 


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Tuesday, 22 November 2011

Saturday, 8 October 2011

Le Gros Ballon - La Nuit EP

Il 20 novembre 2010 è uscito La Nuit, il nuovo EP de Le Gros Ballon. Il duo milanese composto da Francesco Campanozzi e Marco Capra pubblica un breve l’Ep impreziosito da alcuni ospiti: la cantautrice italiana Denise e l'autrice teatrale francese Alexandra Dadier. 
L’opera è composta da cinque tracce: canzoni in francese e in inglese, tre stumentali e due cantate che sembrano brani cinematografici, lente armonie acustiche folk che diventano quasi lunari e galleggiano in un ambiente morbido e sognante ad un passo dal sonno profondo. 
Il lavoro inizia con "Quello che è rimasto dei sogni" e lo stile vocale di Denise Galdo, trasmette serenità e pace. A seguire tre minuti e mezzo strumentali tra una chitarra e un glockenspiel. L'armonia scorre e fresca con “La Nuit”, ed è davvero interessante come questo pezzo potrebbe essere anche utilizzato per l’inizio di un film d’avanguardia francese. Alexandra Dadier canta, parla e sussurra, ed il volume aumenta mentre la progressione delle note dando l’idea di un aumento del ritmo: è una composizione molto interessante, molto probabilmente il culmine dell'album intero. 
Le ultime due tracce sono entrambe strumentali, "Sleeping" e "Sogno Numero Due". L'EP si chiude dolcemente come se si stesse di nuovo per riaddormentarsi. Minimalista fino a ricordare il duo norvegese dei Kings Of Convenience, il lavoro è però focalizzato sul suonato e meno sull’atmosfera vocale. Sono melodie semplici, ma ogni volta che si ascolta la mongolfiera vola tra le nuvole e per ogni nuovo viaggio sarà una nuova brillante (ed un po' soporifera) colonna sonora.
Antonello Furione 


Wednesday, 21 September 2011

Ratafiamm - Low Budget Invasion

Ci sono album che non sono punk ma sono comunque rivoluzionari, questi sono ancora più diretti e per qualcuno anche più pericolosi, perchè descrivono la vita vera e raccontano quasi in sordina con parole libere, poesie e musiche fatti che scoprono la realtà ed hanno  l'intento di capire la quotidianità che ci circonda. 

Così se non si ascolta bene, i marziani potrebbero invaderci semplicemente mettendosi dei berretti strani e noi non ce ne accorgeremmo neppure. Una specie di invasione a basso budget. Ecco finalmente il primo disco dei Ratafiamm. Low Budget Invasion è il nuovo disco dei Ratafiamm e come dice Jean Baptiste le Rond d'Alembert: “ogni musica che non dipinge nulla, non è che rumore”. Questo album è pieno di emozioni che vengono dipinte dall’inizio alla fine. Dopo due Ep: “Pausa” e “Meteo” (uscito in download gratuito) ecco prodotto il loro primo Lp, 13 canzoni, 40 minuti di musica e di testi densi e importanti. 

Ballate acustiche che senza urlare arrivano, come lo zucchero più rapidamente al cervello. Parole potenti cantate leggere, costruito su tensioni sonore che suonano fuori tempo e che rincorrono molto spesso una musica lenta e pacifica. Ogni brano è degno di nota, da “Ci tocca Sparire” alla canzone autobiografica “Ratafiamm”, da “Trenta gradi” alla bellissima e diretta “Verso fine Aprile” e poi ancora a “Luci fuori” tutti brani che risvegliano gli animi. 

Il brano “Il passo obliquo” viene ripreso in versione elettrica da “Pausa Ep”, e questa volta viene ne viene nascosta un po’ la potenza, ma è notevole il nuovo arrangiamento. Enrico Cibelli e Andrea De Nittis con la stessa intensità e lo stesso passo del gorilla, ricordano De Andrè in un incontinenza verbale e una musica minimale che da sempre li rappresenta. “Low Budget Invasion” cambia prospettiva, il gruppo diventa duo ma prosegue il viaggio intrapreso e diventa a differenza del passato un disco essenziale. 

Anche se è un disco costruito con pochi mezzi, rimane l'idea di creare arte per chi crede ancora che l’impulso e la passione sia un arma vincente. I Ratafiamm cantano di “Pupazzi, regali e ricordi, di viaggi, ferma-carte e fermagli” ed è un disco preciso curato, leggero e forse troppo poco commerciale (se di difetto si può parlare), vero folk cantautorale di classe, inaspettatamente maturo e finalmente completo. 
Antonello Furione 

Sunday, 11 September 2011

ADRIANA SPURIA - "Il mio modo di dirti le cose"

Donne, amori distratti, cuori spezzati, considerazioni personali e tentativi per lasciarsi andare al futuro pieno di sorprese, per crescere. “Il mio modo di dirti le cose” di Adriana Spuria, esce dopo due anni di preparazione, dopo un primo Ep autoprodotto e varie collaborazioni. Il disco è stato prodotto da Tony Carbone, ex Denovo ed è stato masterizato da Claudio Giussani al Nautilus di Milano. 

La cantautrice siciliana fa parte di una enorme scena musicale proveniente da Palermo e dintorni che negli ultimi anni, continua a sorprendere con idee e ottimi produzioni. Un album suonato davvero con cura, preciso e pulito. Tuttavia c’e’ chi innova e chi, come in questo caso, rimane legato alle sonorità più classiche, “sanremesi” e retrò all’Italiana. E’ musica d’autore raffinata, cantautorato elegante e passionale: piacevole. Tra Amalia Grè ed un paragone più stiracchiato con Carol King e Mina, la cantautrice sembra avere comunque carattere, anche se dovrà crescere, spazia tra jazz, pop anni settanta senza troppi problemi. Senza troppi virtuosismi ed un po’ poca potenza vocale ha una voce cullante e preparata. Da ascoltare “Gli Anni Della Confusione” ed il singolo “Non credo”. Con un po’ più di qualità delle liriche “Il mio modo di dirti le cose” sarebbe ancora più profondo e accattivante da ascoltare. Un buon inizio. 
Antonello Furione.

01. Sabato Sera 
02. Gli Anni Della Confusione 
03. Portami Via 
04. Un Colpo Al Cuore 
05. Non Credo 
06. Una Donna 
07. Tu Non Mi Basti Mai 
08. The Day Before I Met You 
09. Il Mio Modo Di Dirti Le Cose 
10. 3 Sul Rouge 



Friday, 2 September 2011

BLACK DUB

“Ring the alarm, another sound is dying”
HAPPY BIRTHDAY MR.LANOIS 

Sessanta candeline e nuova vita per Mr. Lanois, meglio conosciuto come Il produttore degli U2 (in particolare di The Unforgettable Fire e Joshua Tree), di Neil Young, di Bob Dylan, di Peter Gabriel e Willie Nelson solo per citarne alcuni tra i più importanti. Daniel Lanois oltre che "uomo della musica" è chitarrista e cantautore e nel corso degli anni si e sempre distinto per il coraggio di rimettersi in gioco e tentare sempre strade nuove. 

Così facendo, questo nuovo progetto: l’album di debutto dei Black Dub è diventato un gioiello. Il super gruppo formato da Trixie Whitley, la figlia del bluesman Chris Whitley (scoparso nel 2005) ha una voce roca e profonda e un attacco preciso e pulito che ricorda a tratti Janis Joplin, il batterista Brian Blade che ha suonato con Wayne Shorter e Joni Mitchell improvvisa continuamente, ricalcando il groove che corre da New Orleans fino ad arrivare a Memphis. Armonie abbozzate di chitarra registrate alla perfezione sembrano reagire istantaneamente con le ritmiche e le parti vocali. Jim Wilson è la stabilità del gruppo che rifinisce il sound con posate linee di basso. 

Black Dub e' sicuramente un disco da avere a tutti i costi, dove ad una gran classe del gruppo si affianca una voce della ventiduenne Trixie davvero sensuale e preparata. A cavallo tra soul vintage Motown, assoli ricercati, echi reggae fino ad arrivare a momenti gospel il disco è davvero riuscito e la musica scorre veloce. Lanois valuta costantemente le strutture metriche e gli spazi, come stesse componendo un mosaico. Black Dub infatti a detta di Lanois è stato creato per esplorare ogni possibilità del ritmo. 

Tutti i brani sono scritti da Lanois nel 2009, ma l’uscita del disco è stata ritardata a causa del grave incidente motociclistico che ha avuto nel luglio 2010. Dopo un recupero abbastanza miracoloso, l'album è stato finalmente pubblicato nel tardo autunno del 2010 e ha ottenuto ottime recensioni. 

Il disco è stato registrato per la maggior parte in presa diretta, così il viaggio già di per sè avventuroso diventa reale. I cori ed i rumori ambientali creano la giusta atmosfera. Tra i brani migliori il bellissimo lento “Surely” il reggae dub di "I Believe In You" dove Blade da il meglio di se ed infine la potente "Ring The Alarm". Voci semi-ufficiali prevedono che dopo il tour americano torneranno in studio per lavorare ad un secondo album. Per il momento non possiamo far altro che aspettarlo godendoci oggi questo strabiliante sound. Un disco assolutamente da avere, da ascoltare e da riassaporare in ogni occasione. Il viaggio continua.
Antonello Furione 


Friday, 26 August 2011

Ravi Shankar - Live at Barbican Center - London - 21.06.2011



NEVER ENDING ENERGY - Ravi Shankar - Celebrating his 10th Decade
Tue 21 Jun 2011 8pm - Barbican Hall, London
An Evening of Ragas (solo recital) in celebration of Ravi Shankar's 90th birthday.


Raramente mi è capitato di assistere ad una performance indimenticabile, ma questa lo è stata assolutamente. Ravi Shankar è colmo di riconoscimenti e di premi ed è senza dubbio, musicalmente parlando, l'ambasciatore indiano più noto e apprezzato. Una limpida capacità di interpretazione e di mediazione è stata la chiave del successo per raggiungere negli anni un pubblico sempre più vasto. 

La data del tour per celebrare i suoi novanta anni (oggi 92) è ovviamente sold out. Il pubblico è eterogeneo. Ci sono adulti che conobbero Ravi attraverso i Beatles, per l’amicizia con George Harrison, attraverso la psichedelia di Woodstock o attraverso le collaborazioni con i musicisti jazz o direttori d’orchestra di classica, come John Coltrane, Philip Glass, Yehudi Menuhin, Andrè Previn e poi ci sono giovani che hanno sentito parlare della spiritualità del grande musicista magari fra una rassegna di film di Bollywood o una compilation del Buddha Bar. 

Il mio posto a sedere, proprio dietro ad Anoushka Shankar, era già di per se un evento nell’evento, la figlia del grande maestro, neo trentenne (nata il 9 giugno), teneva in braccio Zubin il piccolo di 4 mesi, chiamato così in nome dell’acclamato direttore d’orchestra ed amico Zubin Mehta con il quale nel 1981 Ravi condusse “Raga Mala”. Anoushka è circondata da tutta la numerosa famiglia, marito e bambinaie comprese e, per lo spettacolo del Barbican, come per gran parte di questo tour, ha deciso di non salire sul palco, occupandosi del piccolo e lasciando spazio interamente al padre, che è rimasto solo sul palco con i suoi musicisti. 

Le luci si spengono. Seduti su tappeti orientali i suoi sei musicisti, trai quali Tanmoy Bose ai tabla, grande maestro e amico di Ravi da decenni, Ravichandra Kulur al flauto, il giovane Pirashanna Thevarajah al mridangam e Parimal Sadaphal allievo “senior” al sitar, introducono la serata con Raga tradizionali. Venticinque minuti di presentazione che creano nella platea già un enorme esalzazione. Suonano da soli, con il posto riservato al maestro vuoto: sguardi, sorrisi e connessioni celebrali che sembrano dei fili tesi tra le loro menti. 

Poi, alle otto e mezzo infine eccolo. Un enorme applauso accoglie subito il maestro quando spunta dal tendone di velluto alle spalle del palco. Si aiuta con mancorrente dorato per fare i pochi scalini e si mette a sedere al suo posto su un piccolo palco rialzato: “Spero mi abbiate riconosciuto, io mi chiamo Ravi Shankar” è quasi irriconoscibile con la folta barba bianca che gli ricopre il viso, il pubblico scoppia in una fragorosa risata. Prende il suo sitar, che era appoggiato su un lato e con una prima profonda nota ferma gli applausi in un secondo. In rispettoso silenzio due ragazzi salgono sul palco, nella calma e pace più assoluta, accendono numerosi incensi intorno a lui ed una nuvola di silenzio e di estasi trasporta in trance tutto il teatro. Il concerto era davvero incominciato. 

Senza nessuna notazione musicale, la musica classica indiana si basa su una serie di modi melodici: i “Raga”, ritmo e melodia. Sono serie di note che in maniera crescente coinvolgono ed esplodono in un dispiegarsi di armonizzazioni e interazioni. Le improvvisazioni ed i giochi musicali che rimangono in equilibrio, oscillano sempre più veloci e sempre più complicati.

La grande acustica di questa sala aiuta molto anche chi è rimasto in galleria. Il suono rasenta la perfezione da studio, ma da così vicino, dove mi trovo, si sentono le dita scorrere sulle corde. Le tablas sembrano parlare e tutto il concerto continua per cinquanta ininterrotti magici minuti, diventati poi un ora e mezza con i bis ed i ringraziamenti. E’ un crescendo di passione e divertimento che coinvolge tutti. Con sguardi intensi e severi Ravi dirige tutte le composizioni, mentre la figlia prediletta segue seduta, come noi, piena di ammirazione e di amore, la fantastica abilità del padre. 

La sua energia senza fine risiede nel piacere che questa musica ancora riesce ad infondergli. Guardarlo sorridere, scherzare ed ammiccare ai suoi musicisti,  riuscire ad avere ancora un controllo così perfetto del suo strumento è davvero un' esperienza incredibilmente commovente ed una grande lezione di vita. 

Il trionfo annunciato è la conferma che i contenuti dei Raga che Ravi interpreta e crea e spiega fra un brano e un altro, non hanno tempo. Mi stupisce e mi sorprende ancora sempre come questo linguaggio musicale, così distante dal nostro, sia entrato a far parte della nostra percezione. Numerose composizioni in questi anni hanno trovato una propria vita in maniera più o meno esposta in brani occidentali. Noi spettatori, pur non avendo forse capito completamente l’identità di queste musiche, ci siamo posti e continuiamo a porci domande. La lezione musicale e spirituale di Ravi Shankar, oggi come da quasi mezzo secolo continua a trainare la sperimentazione, la ricerca e l’evoluzione della musica moderna, al di la di ogni confine, tempo e cultura. 
Antonello Furione 









© All rights reserved - Photos by Antonello Furione

Friday, 8 July 2011

EGOKID - Ecce Homo

Tre anni dopo “Minima Storia Curativa” esce il quarto album dei milanesi Egokid. L’electro-pop italiano va molto di moda ed ha avuto buone critiche. “Diego Palazzo e Piergiorno Parido, il primo dottorando in Filologia Classica ed il secondo insegnante di Lettere, tra Baustelle, Velvet, Bluvertigo, e cover un po’ strampalate dei primi Blur creano l’esperimento “Ecce Homo” che scorre con qualche difficoltà. Uscito il 18 gennaio, l’album della band milanese è stato prodotto da Sergio Maggioni e Giulio Calvino ed è stato registrato alle Officine Meccaniche a Milano. Il disco, avrebbe dovuto segnarne la maturità ma pare solo una fotografia di mille colori e un po’ sfocata di quel brit pop anni novanta che a fatica seguendo questi brani si riesce a ricordare. 

Si rivisita così un periodo, annacquando quello che era il significato, evidenziando esclusivamente sfumature nostalgiche di quello che fu. Nonostante ciò tutto è ben confenzionato e viene presentato come fosse un nuovo punto di partenza per il futuro. Undici (+1) brani orecchiabili e radiofonico-plasticosi, cantabili e stracolmi di ricercate citazioni. Questo lavoro in definitiva è un replicare e collegare intuizioni altrui come in un enorme puzzle, brani che citando il passato, fotografano un presente intriso di un malessere di una società che spesso sembra troppo individualista. 

Un pregio di questa disco è tutto il lato collaborativo, a partire da Sergio Carnevale, Batteria e percussioni di Bluvertigo, Morgan, Baustelle, Fausto Rossi, voce in “Non si uccidono cosi anche i cavalli?”. L’intento degli Egokid è quindi quello di riuscire a capire il presente con istantanee sbiadite del passato e avere una migliore conspevolezza personale per la costruzione di un futuro migliore. Ma se “il citazionismo è un elemento fondante della composizione pop, quest’ultimo dovrebbe essere popolare, per la massa e questo disco risulta anche se ben fatto, davvero spinoso, di difficile ascolto, rimanendo purtroppo lontano dall’ impressionare. 
Antonello Furione 

Sito del gruppo: 

Tuesday, 24 May 2011

The Straits - live at The Royal Albert Hall - London - 22.05.2011


DIRE A METÀ E VELOCE... MA PER LA CARITA'! 
Gli ex membri dei Dire Straits, più alcuni ospiti "speciali" (Geno Washington su tutti) si son trovati per una un concerto di beneficenza a favore dello sport, con lo scopo di favorirlo nelle aree più disagiate del Regno Unito con il The Lord's Taverners, associazione giovanile di cricket fondata nel 1950.  Una serata speciale con Alan Clark, Phil Palmer, Chris White, e anche con Steve Ferrone alla batteria, Terence Reis alla voce, Mick Feat al basso ed il giovane ventiquattrenne Jamie Squire alle tastiere. 

I Dire Straits continuano ad avere un enorme successo, (con Mark Knopfler solista), e con album come Making Movies, Brothers in Arms, che hanno venduto oltre 120 milioni di dischi in tutto il mondo. Hanno vinto tre Brit Awards, quattro Grammy e due MTV Music Awards, ma la rara opportunità di vederli dal vivo per la prima volta in 20 anni alla Royal Albert Hall non è stata così seguita dal pubblico londinese. L’unica data non era sold out, forse perchè come ricordato anche dal palco da Terence, tutti i reali membri fondatori John Illsley, Mark Knopfler, Pick Withers e David Knopfler non erano presenti in sala. La Line up era quella delle tournée di “Alchemy” e di “On the Night”, ultimo colossal tour dei Dire Straits del 1993 prima di uscire dalle scene. 

In tre i membri della band sul palco: Alan alle tastiere, Phil alla chitarra e Chris al sassofono. I redivivi capitanati da un mediocre Terence Reis alla voce, non riescono ad esaltare, ma si fanno ancora valere. Dovrebbero forse scegliere meglio i loro nuovi compagni di viaggio e trovare magari qualcosa "Dire" di nuovo. Infatti sembra proprio che dire "the straits" sia come pensare ad un orchestra intera senza direttore, come ai Cream senza Clapton, ai Doors senza Jim. I brani, scorrono molto veloci, meccanici e tutto diventa senza anima, schematico. Il batterista, Steve Ferrone, anche se viene riconosciuto dai suoi colleghi come uno dei più grandi batteristi del mondo e ha suonato con Tom Petty, Clapton, Quincy Jones, Scritti Politti, Chaka Khan e Slash non riesce ad entrare nell'atmosfera, è davvero il peggiore elemento della serata, fuori tema, fuori posto, fuori tutto, fino ad arrivare ad una "Tunnel of Love" suonata in versione punk che proprio potevano risparmiarsela ampiamente. 

The Straits (sono metà) e si trovano in grossa difficoltà, causa di qualche mancanza e poca attenzione alle piccole cose. Si conoscono a memoria i brani, è ovvio, (almeno per me) a partire da “Private Investigation”, versione Alchemy, o la ritrovata "Two Young Lovers", ma è difficile capire la poesia e la struttura dinamica di ogni parte, alcuni riff vengono posti e sovrapposti qua e la, ma la magia ed i silenzi mancano, nascosti o travisati da una velocità che trova difficile risposta. 
Anche gli assoli di Phil Palmer che in fin dei conti è solo un ottimo turnista (che ricordo ha collaborato con Lucio Battisti, Eric Clapton, Bob Dylan, Tina Turner, Renato Zero, Baglioni, George Michael ed in "On The Night" nel ultimo tour post "On Every Street" (1991) suonava la chitarra slide), sono buoni, anzi ottimi, ma sembrano studiati e ripetuti come un bravo scolaretto per la gioia del pubblico, che tanto saltella imperterrito comunque.

Quello forse di "Sultan of Swing" che viene abbozzato da Terence si spinge un po' più in la, ricopre sempre le orme di "Alchemy", ma risulta meno artefatto. Sono frasi fatte, ripetute con passione ma senza un contributo (necessario) personale. Fraseggi slegati, testi cantati senza dinamiche e un uso dei volumi da parte della chitarra del cantante non curati, o almeno non come ci ha abituati Mark. Alan Clark alle tastiere, è il più "vecchio" e anche il più "originale" del gruppo, (dal 1980 "Making Movies" con i DS) e rimane sempre strepitoso anche in "Tunnel of Love", se non fosse che doveva destreggiarsi trai ritmi impazziti del batterista. Chris White, definito il più bello della band si destreggia ancora bene e raggiunge l'apice con il solo di sax in "Romeo and Julliet" e soprattutto con "Your latest trick" davvero impressionante il suo fiato ed il timbro indimenticato. Una serata quindi non da buttare, per la grandiosa venue reale e per la gioia di rivedere la metà di una grande band insieme dopo vent'anni come ai tempi d'oro. 

Senza una guida diventa però tutto più leggero e dimenticabile, così questa si ricorderà come una bella serata "revival". Davvero troppa nostalgia, per i tempi che furono, per gli arrangiamenti di "Alchemy" e di "On the night" che, per chi non li ha visti in diretta, regalano ancora magici e fantastici momenti. Per chi credeva (come me) che il miracolo dopo l'apparizione di David Gilmour al Roger Water The Wall Live Tour, potesse ripetersi con il secondo miracolo di Knopfler (senza chiedere che anche Illsley ed il fratello David potessero salire sul palco), si deve ricredere di aver visto abbastanza ed essere contento lo stesso. Alla fine, quelli che c’erano, dopo questa serata, torneranno a vedere Mark con occhi differenti per l'aver capito la sua scelta artistica di virare in un mood più personale e creativo, e aver capito anche (se ce n’è fosse stato bisogno) chi era ed è l'anima del gruppo. 
Sarà un peccato magari non poter più ascoltare questi pezzi dal vivo, così come son stati creati e con i contributi di tutto il gruppo, ma bisogna guardare avanti e continuare ad assaporarli nei dischi passati, e magari un giorno rivederli davvero tutti insieme. Se ancora oggi con gli assolo della chitarra di Mark ci si riesce ad infiammare e si può ascoltare ancora splendide ballate, è grazie al suo esclusivo talento creativo ed al suo “Golden Heart” che non ha mai smesso di battere da 33 anni a questa parte ed ancora crea idee e proseliti. 
Antonello Furione 

Setlist: 
Intro 
1. Private Investigation 
2. Walk of life 
3. Telegraph road 
4. Romeo and julliet 
5. Tunnel of love 
6. Your latest trick 
7. Brother in arms 
8. Two Young Lovers 
9. Sultan of swing 
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Encore: 
10. Money for nothing 
11. Going home (Wild theme)